Natura, realtà, vita, in qualsiasi caso troviamo sempre come costante un'apparenza fittizia che cela, involontariamente e sempre, un significato più complesso ed elaborato dell'apparenza stessa.
Per quel che riguarda noi viventi poi è tutto basato sul raggiro della percezione individuale (elevo a individuo anche il più piccolo dei batteri). Apparenza ed essenza; è fuorviante prediligere, elevare e vantare l'una a discapito e a onta dell'altra. Sono una cosa unica.
Vale la pena, stando cauti a non penarsi troppo però, interrogare e interrogarsi invece sullo scopo, lo scopo dell'instaurarsi di questo dualismo simbiotico e perfetto nell'unione ma contraddittorio e quasi conflittuale quando si osservano separatamente gli elementi che lo compongono.
Tale scopo, il suo mistero, apre il nulla e l'infinito nel cuore che lo investiga.
Senso e insensatezza dello scopo, gli opposti sono uno. L'ordine del caos, il caos nell'ordine.
Oppure no.
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giovedì 15 giugno 2017
giovedì 6 aprile 2017
lunedì 28 marzo 2016
Relazione: Il nuovo volto della morte nell’era tecnica
RELAZIONE:
Il nuovo volto della morte nell’era tecnica
INTRODUZIONE
Il programma della giornata è stato fatto assegnando, ad un relatore dopo l’ altro, del tempo per esporre il proprio argomento e, dopo ciascuna relazione, si dava la possibilità al pubblico di fare domande inerenti la questione trattata.
Il tutto è stato fatto seguendo una scaletta resa nota ad ogni spettatore tramite un volantino fornito all’ ingresso della struttura.
RIFLESSIONI
Vorrei cominciare provando ad analizzare la vicenda di Eluana Englaro, la quale è stata raccontata quasi per fare un prologo del convegno, dal padre, il signor Beppino Englaro. Senza andare troppo nei particolari, vediamo una giovane ragazza vittima di un’ incidente stradale, che sarebbe stato letale se non fosse stato per l’ intervento di una squadra di soccorso che poi l’ avrebbe condotta nell’ ospedale di Lecco. Rimase per circa un mese in coma per risvegliarsi poi in uno stato vegetativo, il quale venne confermato due anni dopo come tale e permanente. Un anno prima del suo incidente, Eluana, commentò un accadimento analogo al suo che però ebbe come protagonista un suo amico. Le sue parole, rivolte ai genitori, furono le seguenti: ‘’Se dovesse accadere una cosa del genere a me, voi dovete intervenire, dovete farlo di corsa. Se non posso essere quello che sono adesso, preferisco essere lasciata morire. Io non voglio per nessuna ragione rimanere in una condizione del genere’’.
Così il signor Englaro ha iniziato a narrare tutte le battaglie che ha dovuto sostenere per poter far valere il diritto della figlia sulla sua stessa vita. Dal 1992 al 2009 la famiglia di Eluana ha dovuto fronteggiare le istituzioni che si opponevano fondamentalmente all’ interruzione della nutrizione e dell’ idratazione artificiale, essenziali per il mantenimento in vita del corpo della ragazza, con la motivazione che tale atto sarebbe stato di natura eutanasica.
Dopo l’ intervento del signor Beppino, si è veramente entrati nel tema della morte, della vita e di quello che c’è a metà strada. Ci sono state varie fasi, a volte estreme e contradditorie, a volte concilianti. Ci sono stati momenti in cui quasi venivano demonizzati i reparti di terapia intensiva e tutti gli intensivisti, per il fatto che spesso la causa dell’ evolversi di certe situazioni angoscianti come quella della Englaro viene ricondotta proprio all’ ostinazione del mantenere in vita pazienti che solo 30 anni fa sarebbero stati lasciati morire. Poi però la parola veniva data a chi in terapia intensiva ci lavora e chi, con la tecnica raggiunta al giorno d’ oggi, salva tantissime vite delle quali poche vanno incontro a prognosi infausta. Venivano messi i puntini sulle ‘i’ facendo notare, tramite grafici statistici, che spesso quello che viene definito come accanimento terapeutico veniva attuato molto di più nei reparti di degenza piuttosto che nelle R.I.A.
I cardini centrali comunque venivano spesso toccati ed erano: l’ autonomia e l’ autodeterminazione della persona nelle scelte da prendere per sé stessa attraverso le direttive anticipate di trattamento, una mentalità etica sempre più laica che si sta adattando all’ agire internazionale, quindi orientato verso la qualità della vita piuttosto che la sacralità di quest’ ultima, i vincoli imposti dalla legge e dai codici deontologici medici riguardo questo tema che scaturiscono quindi tante contraddizioni. Già perché si proclama a gran voce che l’ uomo ha i suoi diritti e si parla spesso di Oviedo e di tanti altri trattati simili, si scandaglia la funzione e l’ uso del consenso informato, si fa grande etimologia delle parole, ma poi, quando si arriva al letto di una persona in stato vegetativo permanente che precedentemente aveva espresso la volontà di non proseguire le cure nel caso si fosse trovata in una situazione simile, ecco che tutti i trattati e tutti i diritti dell’ uomo vengono violati rimettendo nelle mani del medico l’ autorità di decidere. E non si fraintenda, la maggior parte dei medici spesso agirebbe nell’ interesse della volontà dell’ assistito, se non fosse che andrebbe incontro a seri guai giudiziari. Il tutto riconduceva ad un’ imposizione fatta dalla chiesa cattolica dei propri dogmi in un paese però laico, eppure anche tra le varie affermazioni citate provenienti dal vaticano c’ erano le eccezioni che favorivano, in certi casi, il via libera per una ‘’morte naturale’’. Riguardo all’ importante ruolo che gioca la religione quando si parla di vita e di morte, bisogna ricordare che fu lasciato uno spazio anche per un rappresentante della chiesa valdese, il quale ha spiegato in modo esauriente che tale congregazione religiosa poco ha a che fare con la chiesa cattolica, soprattutto riguardo certi temi, avvicinandosi molto di più invece al pensiero laico.
Si è provato anche a ridefinire il concetto di morte, o per meglio dire, si è provato a comprendere dove sia andato a finire, nel 2012, il limite che c’è tra la vita e la morte, anzi, tra il vivere e il morire. Perché il morire è un processo con un inizio ed una fine, un processo che grazie( o per colpa ) alle scoperte scientifiche è stato allungato enormemente. E’ stato spiegato che nell’ era ‘’pretecnica’’, di fatto, si moriva per la cessazione del respiro, a prescindere dalla causa scatenante, e che tale evento arrivava in poco tempo. Oggi non è più così perché ci sono i ventilatori meccanici, e anche se il cervello ha subìto un serio danno anossico tale da annullare le funzioni basilari del pensiero, l’ organismo viene mantenuto in vita. Come se già non ci fosse sufficiente carne sul fuoco, parlando di stati vegetativi o di sindromi locked-in, è stato spiegato che, sempre grazie alle scoperte scientifiche, si è provato che certi pazienti in stato vegetativo erano in grado di rispondere, anche solo attraverso l’ attivazione di alcune zone della corteccia cerebrale, a degli stimoli esterni. Questo ha fatto pensare sul fatto che le persone in S.V. fossero in realtà coscienti e quindi che sarebbe stato possibile trovare un modo per comunicare con loro. Ma c’è anche stato chi ha detto che se una persona in S.V. avesse la possibilità di comunicare di sicuro chiederebbe di non farla continuare a vivere in quel modo.
Per tirare un po’ le fila di tutto quello che è stato detto al convegno, posso dire che sono state dette tante cose interessanti, spiegate altrettante e sollevato questioni che prima, almeno per me, non erano mai state analizzate. Il lato negativo è che, però, non si è parlato di quella che potrebbe essere una soluzione a riguardo, perché questo del testamento biologico, dell’ eutanasia, del suicidio assistito ecc… è un problema che ora non ha soluzione, in Italia. Si è giusto accennato al fatto che ogni decisione e ogni azione è da personalizzare per ogni persona e che i vari codici deontologici e le varie leggi vigenti oggi sono da riadattare al costante progredire della tecnologia, e soprattutto a farli diventare coerenti con ciò che sono i diritti fondamentali dell’ uomo stipulati nei vari trattati internazionali.
Tristemente devo dire che si possono contare sulle dita di una mano le volte che è stata pronunciata la parola ‘’infermiere’’, che anche in questo contesto non viene pienamente riconosciuta l’ importanza di questa figura professionale, lasciandole sempre un ruolo marginale quando si parla al pubblico.
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martedì 28 ottobre 2014
Esiste un abito ideale per l'appuntamento con l'ignoto?
...
Sono sbucato alle spalle dell’imponente struttura in cui lavoro ad una distanza di circa duecento metri. Non l’ho mai vista da qui. A differenza della facciata frontale, che si presenta pulita nonostante abbia qualche graffito volgare alla base, questo suo lato B mostra mura scolorite, sgretolate e in certi tratti anche ammuffite. Ai due lati esterni hanno iniziato a dilagare persino degli arbusti strani, forse sono edere, ma non ci giurerei, sono troppo brutti. L’apparenza è tutto, è risaputo e questo castello moderno appare al mondo solo frontalmente. Osservare la mia Alcatraz voltata di spalle le toglie, in minima parte, l’imponenza e la supremazia che quotidianamente esercita sulla mia anima prigioniera e sconsolata.
Purtroppo c’è davvero poco da discutere, ma gran parte del mio irrecuperabile tempo lo trascorro là dentro a recitare per telefono copioni preconfezionati a persone tutte uguali, le quali già conoscono la risposta che vorrebbero sentirsi dare, che cercano inconsapevolmente dietro ad ogni problema, svago, diverbio e tant’altro un motivo per non soffermarsi sui propri passi, sui propri battiti di ciglia, sulle parole dette e ascoltate, sulla certezza irrevocabile che tutto quello che sono e che hanno sia rigidamente razionato, contato, allo stesso modo appunto per i prigionieri delle carceri, come me.
Nasciamo in catene, con l’esigua razione di esistenza che, sotto queste vesti terrene, ci spetta. Le catene sono i bisogni che dobbiamo soddisfare, dal bisogno di gloria, di amore, di vendetta, di attenzione, di ridere, di piangere, di baciare, di abbracciare, di ubriacarsi, di vestirsi, di lavarsi, di dormire, di nutrirsi, di dissetarsi, fino al bisogno di respirare, di vivere. Nessuno è libero, siamo tutti schiavi di qualcosa, l’uomo più libero è comunque schiavo del proprio corpo, subisce anch’egli l’inclemente signoria della sua stessa vita.
Le persone non tollerano la schiavitù del vivere ma neppure la liberazione della morte, da bravi psicotici detestano soprattutto quando entrano in contatto con questa verità. La verità per l’essere umano è letale, è il suo veleno, o per meglio dire, per l’umanità ne è l’antidoto.
Però, dopotutto, ognuno si ritrova a sperperare i propri rintocchi in circostanze che non s’è scelto, c’è chi deve affrontare gli oceani per inseguire abnormi balene bianche e chi invece è obbligato a combattere i mattini che si susseguono implacabili a bordo di un letto d’ospedale. L’uno non è migliore o più fortunato dell’altro, sono ambedue trascinati per coordinate diverse che tuttavia conducono nell’identica direzione. Perché biasimarli, tutti intendo, se non scrutano piangenti e disperati la deriva che li accoglie, l’orizzonte privo di alba e di tramonto? Buon per loro se sanno ignorare tale maledizione inappellabile, che penzola sul capo di ognuno.
...
mercoledì 17 aprile 2013
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