Prendiamo un libro. È composto da pagine, tante pagine, tutte uguali per dimensione e spessore, in materiale e colore. La rilegatura a pensarci non è cosa semplice a farsi se non si è tipografi attrezzati per lo scopo. C'è poi la copertina che ne delimita fermamente la forma, e quasi sempre dietro al suggellamento di quest'ultima sta un accurato lavoro grafico ed estetico. Ma qual è l'essenza del libro? Qual è il motivo per cui è stato fatto? Quello di contenere all'interno delle lettere che vanno a comporre parole destinate poi alla creazione di concetti, di storie, di idee, di pensieri, di poesie ecc... Potremmo soffermarci sul comune denominatore di tutto ciò, il banale inchiostro che macchia la carta con queste forme bizzarre. Ma è solo uno strumento, proprio come tutto il libro, utile al fine ultimo di racchiudere e conservare qualcosa di astratto e quasi etereo come i pensieri e le conseguenti parole. Cos'è più importante quindi? Il libro o ciò che esso contiene? Il libro è stato fatto appositamente perché contenesse concetti, storie pensieri; libri destinati a rimanere in bianco non esistono, quindi le parole contenute al suo interno sono di gran lunga più importanti del libro stesso. Eppure, bruciato il libro, tutto quello che esso contiene andrebbe perduto, nulla sussisterebbe senza la carta, l'inchiostro ecc... Seppur quasi inutile, il libro è indispensabile. Credo che gli esseri umani siano fatti come i libri, solo che danno unicamente importanza alla carta, alla cellulosa, al tipo di inchiostro, al formato di stampa, all'immagine copertina, al viso, ai capelli, agli occhi, ai seni, ai muscoli, alle ossa, al sangue, al DNA, all'encefalo, agli enzimi, agli elettroliti, ai linfonodi ecc... piuttosto che al contenuto che tutte le cose appena citate contengono, come i concetti, i pensieri, le parole, le idee, le poesie, l'anima, lo spirito, la mente e via scrivendo. Complesso è il libro, complesso è il corpo, indispensabili seppur quasi inutili.
... Sono sbucato alle spalle dell’imponente struttura in cui lavoro ad una distanza di circa duecento metri. Non l’ho mai vista da qui. A differenza della facciata frontale, che si presenta pulita nonostante abbia qualche graffito volgare alla base, questo suo lato B mostra mura scolorite, sgretolate e in certi tratti anche ammuffite. Ai due lati esterni hanno iniziato a dilagare persino degli arbusti strani, forse sono edere, ma non ci giurerei, sono troppo brutti. L’apparenza è tutto, è risaputo e questo castello moderno appare al mondo solo frontalmente. Osservare la mia Alcatraz voltata di spalle le toglie, in minima parte, l’imponenza e la supremazia che quotidianamente esercita sulla mia anima prigioniera e sconsolata. Purtroppo c’è davvero poco da discutere, ma gran parte del mio irrecuperabile tempo lo trascorro là dentro a recitare per telefono copioni preconfezionati a persone tutte uguali, le quali già conoscono la risposta che vorrebbero sentirsi dare, che cercano inconsapevolmente dietro ad ogni problema, svago, diverbio e tant’altro un motivo per non soffermarsi sui propri passi, sui propri battiti di ciglia, sulle parole dette e ascoltate, sulla certezza irrevocabile che tutto quello che sono e che hanno sia rigidamente razionato, contato, allo stesso modo appunto per i prigionieri delle carceri, come me. Nasciamo in catene, con l’esigua razione di esistenza che, sotto queste vesti terrene, ci spetta. Le catene sono i bisogni che dobbiamo soddisfare, dal bisogno di gloria, di amore, di vendetta, di attenzione, di ridere, di piangere, di baciare, di abbracciare, di ubriacarsi, di vestirsi, di lavarsi, di dormire, di nutrirsi, di dissetarsi, fino al bisogno di respirare, di vivere. Nessuno è libero, siamo tutti schiavi di qualcosa, l’uomo più libero è comunque schiavo del proprio corpo, subisce anch’egli l’inclemente signoria della sua stessa vita. Le persone non tollerano la schiavitù del vivere ma neppure la liberazione della morte, da bravi psicotici detestano soprattutto quando entrano in contatto con questa verità. La verità per l’essere umano è letale, è il suo veleno, o per meglio dire, per l’umanità ne è l’antidoto. Però, dopotutto, ognuno si ritrova a sperperare i propri rintocchi in circostanze che non s’è scelto, c’è chi deve affrontare gli oceani per inseguire abnormi balene bianche e chi invece è obbligato a combattere i mattini che si susseguono implacabili a bordo di un letto d’ospedale. L’uno non è migliore o più fortunato dell’altro, sono ambedue trascinati per coordinate diverse che tuttavia conducono nell’identica direzione. Perché biasimarli, tutti intendo, se non scrutano piangenti e disperati la deriva che li accoglie, l’orizzonte privo di alba e di tramonto? Buon per loro se sanno ignorare tale maledizione inappellabile, che penzola sul capo di ognuno. ...
Dilanierò quella dannata Luna, non vi sarà di lei memoria alcuna. Consumerò quel superbo Sole, il mio rancore avrà la stessa mole. Caccerò coi pugni le stelle. Lacrime, consumate anche quelle! Affronterò il Creato che funge da teatro, per questa Maligna Commedia. Palcoscenico buio, malefico, che l'anima astante tedia. Mi desterò da questo greve sopore. Libererò l'occhio dal falso candore. Ogni colore subirà la mia sentenza, condannerò qualsiasi apparenza. Negherò ogni finto amplesso. Annienterò infine pure me stesso.
Come sempre starò una mezz'oretta a contemplare la finestra nera prima di scalare la marcia circadiana in dormiveglia. Se mi va bene passerà qualche nuvola bizzarra a braccetto con la luna; nella speranzosa attesa mi ascolto respirare in sintonia con i battiti del cuore, al quale invidio l’esemplare costanza. Mi sfiora fievolmente la preoccupazione dell’evenienza di poter sognare, detesto sognare. Sì, sto affondando nell’oceano notturno del sonno, del torpore, dell’oblio buio e temporaneo, nel quale sfociano i pensieri in piena che, poi, si prosciugano morbidamente e adagio, tacendo infine senza che ce ne si accorga.