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giovedì 20 novembre 2014

Destinato a rimanere in bianco

Prendiamo un libro.
È composto da pagine, tante pagine, tutte uguali per dimensione e spessore, in materiale e colore. La rilegatura a pensarci non è cosa semplice a farsi se non si è tipografi attrezzati per lo scopo.
C'è poi la copertina che ne delimita fermamente la forma, e quasi sempre dietro al suggellamento di quest'ultima sta un accurato lavoro grafico ed estetico.
Ma qual è l'essenza del libro? Qual è il motivo per cui è stato fatto?
Quello di contenere all'interno delle lettere che vanno a comporre parole destinate poi alla creazione di concetti, di storie, di idee, di pensieri, di poesie ecc...
Potremmo soffermarci sul comune denominatore di tutto ciò, il banale inchiostro che macchia la carta con queste forme bizzarre. Ma è solo uno strumento, proprio come tutto il libro, utile al fine ultimo di racchiudere e conservare qualcosa di astratto e quasi etereo come i  pensieri e le conseguenti parole.
Cos'è più importante quindi? Il libro o ciò che esso contiene?
Il libro è stato fatto appositamente perché contenesse concetti, storie pensieri; libri destinati a rimanere in bianco non esistono, quindi le parole contenute al suo interno sono di gran lunga più importanti del libro stesso.
Eppure, bruciato il libro, tutto quello che esso contiene andrebbe perduto, nulla sussisterebbe senza la carta, l'inchiostro ecc...

Seppur quasi inutile, il libro è indispensabile.

Credo che gli esseri umani siano fatti come i libri, solo che danno unicamente importanza alla carta, alla cellulosa, al tipo di inchiostro, al formato di stampa, all'immagine copertina, al viso, ai capelli, agli occhi, ai seni, ai muscoli, alle ossa, al sangue, al DNA, all'encefalo, agli enzimi, agli elettroliti, ai linfonodi ecc... piuttosto che al contenuto che tutte le cose appena citate contengono, come i concetti, i pensieri, le parole, le idee, le poesie, l'anima, lo spirito, la mente e via scrivendo.

Complesso è il libro, complesso è il corpo, indispensabili seppur quasi inutili.


martedì 30 luglio 2013

E poi di pause

Il concetto, il buon concetto, il concetto che viene ben pensato per molto prima di essere espresso, che viene ritoccato, corteggiato, ma soprattutto aspettato. 
Quel concetto non nasce subito, viene anzi prima concepito dall’unione della nostra mente, momentaneamente ‘’pensante’’ (ahimè, purtroppo c’è pensare e pensare), con la seducente curiosità posatasi su di un dato di fatto, una consuetudine, una certezza... maliziosamente. Quando quella certezza è diventata tale?
Questo è il concepimento!
Concepire un concetto non significa affatto dargli voce, dargli alito di vita. La sua crescita necessita di tempo, silenzio. E poi di pause.
Se utile al fine, anche molto lunghe.